La pandemia è stata spesso letta come un pericolo per la democrazia, perché, specie l’anno scorso, ha suggerito, quando non imposto, il rinvio di scadenze elettorali e perché ha indotto molti governi a gestire la sanità con dosi di decisionismo.
Nel contempo, però, la pandemia è costata politicamente cara ai leader e ai regimi negazionisti, più che ai governi che l’hanno presa sul serio e hanno informato i loro cittadini con chiarezza e puntualità.
Negli Stati Uniti, la pandemia è stata fattore importante, anzi determinante, nella sconfitta elettorale di Donald Trump. In Brasile, potrebbe condurre all’impeachment contro il presidente Jair Messias Bolsonaro. In Gran Bretagna, il premier Boris Johnson, partito alla ricerca dell’immunità di gregge, ha fatto un’inversione di rotta a 180 gradi, dopo essersi gravemente ammalato, per ritrovare credibilità presso l’opinione pubblica.
In realtà, un nesso diretto tra pandemia e democrazia non pare esserci. Se è logico che i leader che l’hanno sottovalutata siano stati penalizzati dalle loro opinioni pubbliche, governi diversi che l’hanno gestita in modo sostanzialmente equivalente e hanno ottenuto risultati simili sono stati percepiti in modo radicalmente diverso dalle opinioni pubbliche.
Lo spartiacque, più che la pandemia, pare essere la comunicazione in tempi di crisi, adottata a volte scientemente, a volte magari un po’ accidentalmente. In Italia, la popolarità del ‘premier di crisi’ Giuseppe Conte è rimasta sempre alta, nonostante l’altalena di decisioni – tra chiusure e riaperture – nella gestione dell’emergenza. In Francia, la popolarità del presidente Emmanuel Macron, bassa prima dell’arrivo della pandemia, non s’è mai rialzata.
Nella conflittualità delle priorità tra garanzia della sicurezza e rilancio dell’economia, governi legittimi e responsabili hanno dovuto fare i conti con opinioni pubbliche volatili e influenzabili, inclini a chiudere quando i numeri dei contagi vanno su, ma subito propense a riaprire appena scendono.
In questo contesto difficile da più punti di vista, sanitario, sociale, economico, politico, l’Ue ha saputo trovare un sussulto coraggioso di integrazione e di solidarietà, mettendo in campo sforzi senza precedenti nelle dimensioni e strumenti inediti per consentire ai 27 di innescare e accelerare la ripresa. C’è la speranza che, nel giro di un anno, i livelli di ricchezza e di qualità della vita tornino quasi ovunque sui livelli ante-pandemia – in Italia, ci vorrà un po’ più di tempo -.
L’Unione europea è inoltre impegnata in un sforzo di acquisizione e distribuzione dei vaccini che rappresenta un ulteriore esercizio di solidarietà e perequazione: ogni Paese membro ottiene i vaccini a un prezzo migliore di quello che avrebbero spuntato come singolo cliente e la ripartizione è funzione solo del numero di abitanti di ciascun Paese e della capacità organizzativa di procedere alla distribuzione delle fiale e alla inoculazione delle dosi.
Certo, ci sono stati negoziati, intoppi e non tutto ha sempre filato liscio, ad esempio nel rapporto con le industrie farmaceutiche. Ma è indubbio che, nella pandemia, l’Ue è riuscita a dimostrarsi vicina e utile ai suoi cittadini ed a recuperare legittimità e posizioni in opinioni pubbliche spesso attratte dalle sirene dei nazionalismi e dei sovranismi.