E’ uno di quegli anniversari che nessuno, o quasi, ricorda: quest’anno, cadono tre secoli dalla morte di William Penn, il quacchero inglese fondatore della Pennsylvania, la cui statua troneggia, gigantesca, su Filadelfia, la capitale dello Stato e la città che vide nascere gli Stati Uniti d’America.
A lui, si deve il primo preveggente progetto di un parlamento europeo elettivo. A questo pioniere dell’integrazione, di qua e di là dell’Atlantico, l’Università per l’Europa, associazione dei docenti universitari ‘europeisti’ animato dal professor Francesco Gui, dedica martedì 16 ottobre una giornata di studi per metterne a fuoco la molteplice attualità: Penn fu ‘padre fondatore’ del pacifismo, del federalismo e della disobbedienza civile.
I lavori si svolgeranno al mattino, dalle 10.00, nell’aula degli Organi collegiali del Rettorato della Sapienza, a piazzale Aldo Moro, a Roma: saranno aperti da un indirizzo di saluto del rettore Eugenio Gaudio, e proseguiranno con interventi di docenti e specialisti americani, britannici e italiani, fra cui i professori Andrew Murphy, Daniele Archibugi, Peter Van den Dungen, Andrew Lane. A seguire, nel pomeriggio, ci sarà un seminario presso la Biblioteca della Camera, con la partecipazione dei relatori, di rappresentanti delle altre università romane e di istituzioni culturali diverse.
Ad aiutarci di ricordare chi era e che cosa ci ha lasciato in eredità ideale e culturale William Penn è Giacomo Mazzei, dottorando di ricerca alla Sapienza, autore di un ritratto di Penn: “Ben noto agli specialisti ma pressoché sconosciuto ai più, il suo Discorso intorno alla pace presente e futura dell’Europa, eloquente e dettagliato appello alla Istituzione di una dieta, parlamento, o stati generali europei, merita di essere riscoperto e valorizzato come una pietra miliare nella storia del pensiero pacifista e federalista. Pubblicato nel lontano 1693 e scritto da un uomo la cui figura è intimamente legata sia alla storia europea che a quella americana, il Discorso rappresenta una suggestiva testimonianza della comunanza di taluni valori profondamente radicati su entrambe le sponde della Manica e dell’Atlantico, ed è per questo straordinariamente attuale”.
In un saggio, Mazzi tratteggia questo “campione di tolleranza e della libertà di coscienza, moralista e pensatore politico immerso nella temperie del suo tempo, William Penn nacque nel 1644, nel pieno della guerra civile inglese, e morì nel 1718, dopo una vita avventurosa, non priva di agi, grazie a un’estrazione sociale aristocratica, ma neppure di rinunce e sofferenze, in coerenza con scelte coraggiose compiute sin dalla gioventù”.
Seguiamo, di qui in avanti, il racconto di Mazzi. Figlio di un potente ammiraglio di Marina membro della Camera dei Comuni, il giovane Penn, ‘testa calda’ di un’antica famiglia legata alla Corona dai tempi di Guglielmo il Conquistatore, si adeguò con fatica al cursus honorum previsto per un gentiluomo del suo rango. Maturò presto convinzioni critiche verso la Chiesa anglicana, tra studi irregolari e viaggi che lo misero in contatto con i coevi fermenti del protestantesimo europeo. Espulso dall’università di Oxford per il suo anticonformismo religioso, approdò sul continente per un Grand Tour durante il quale conobbe gli sfarzi della corte parigina, visitò Torino e il Ducato di Savoia, ma trascorse anche buona parte del suo tempo presso l’università protestante di Saumur, nella Loira. Tornato in Inghilterra, studiò legge e fu quindi inviato dal padre in Irlanda, per attendere ai posse-dimenti di famiglia sull’isola. Fu lì che, poco più che ventenne, entrò a fare parte della Società degli Amici, la setta religiosa i cui aderenti erano noti con l’appellativo, originariamente un epiteto, di “quaccheri”.
Dopo la conversione, Penn s’impegnò nella predicazione, spingendosi fino in Olanda e Germania. Svolse inoltre un’intensa attività pubblicistica. Più volte incarcerato per le sue idee, la sua vena letteraria non s’interruppe neppure quando fu ‘ospite’ nella Torre di Londra. Ispirato dalla fede e pronto al sacrificio, fu però anche scaltro e politicamente avveduto. Nonostante la detenzione e pur non disdegnando l’amicizia di radicali repubblicani, mantenne sempre buone amicizie a corte. Nel 1681, una volta ereditata la fortuna di famiglia, il favore del re, il quale saldava così un cospicuo debito dovuto al padre, gli valse la concessione di un vasto territorio delle colonie inglesi nel Nord Ameri-ca, che, in onore del defunto ammiraglio, fu chiamato Pennsylvania.
Varcato una prima volta l’oceano, Penn si dedicò alla creazione di un’ideale comunità cristiana nel Nuovo Mondo, che offrisse rifugio non solo agli amici quaccheri, ma anche ad altre minoranze religiose oppresse e perseguitate nelle isole britanniche e nel resto d’Europa, comprese le terre da lui visitate nel corso della sua predicazione. Molti furono gli olandesi e i tedeschi che migrarono verso le Pennsylvania. Della colonia di cui era proprietario e governatore, e di cui fondò la capitale Filadelfia, ‘città dell’amore fraterno’, egli scrisse inoltre la prima costituzione, tra le più liberali dell’epoca. Propugnò infine l’armoniosa convivenza con le popolazioni native: famoso, se pur forse un po’ mitizzato, il Trattato di Shackamaxon del 1682.
Dei valori ai quali improntò la sua impresa è infuso anche il Discorso, pubblicato mentre infuriava una sanguinosa guerra tra Francia e Lega d’Augusta e recante in epigrafe un passo delle Beatitudini, “beati i pacifici”, assieme alla massima ciceroniana “cedant arma togae”, ovvero: che le armi cedano il posto al diritto! Nel testo, l’autore, sincero uomo di pace e grande ammiratore dell’esperienza federativa delle Sette Province Unite, oggi i Paesi Bassi, propose l’istituzione di un’assemblea par-lamentare in cui le controversie tra sovrani europei, non meno di quelle tra loro e i propri sudditi, fossero sanate sulla base della giustizia e non della forza.
Il Discorso presenta tratti di sorprendente modernità anche sul piano dell’ingegneria costituzionale, prefigurando alcuni dei meccanismi di rappresentanza vigenti nell’odierno Parlamento europeo. Prevede, infatti, la ripartizione dei seggi tra Stati secondo un criterio proporzionale degressivo, la possibilità della formazione di gruppi multinazionali e altresì che i parlamentari siano chiamati a esprimersi con voto segreto, ovvero secondo coscienza e quindi in possibile disaccordo con i parlamentari del proprio Stato di appartenenza.
Degna di nota è poi la scala geografica del progetto, che abbraccia l’intero continente e contempla addirittura la possibilità di annoverare tra gli Stati membri la Russia e l’Impero ottomano, per i quali è prevista una rappresentanza parlamentare equivalente a quella dei principali regni europei. Quest’apertura, riconducibile agli insegnamenti della religione quacchera, rappresenta un unicum rispetto ai progetti di pace del tempo, come il Gran disegno del Duca di Sully, di alcuni decenni precedente, o il Progetto di pace perpetua dell’Abate di Saint-Pierre, pubblicato pochi anni dopo il Discorso di Penn e ad esso ispirato, che immaginavano invece di unire l’Europa sotto il vessillo cristiano, escludendo sia i musulmani, sia gli ortodossi e ‘asiatici’ russi.
L’opera di Penn si colloca dunque, in maniera al tempo stesso autorevole e originale, alle origini di un importante filone della cultura europea, che attraversa i secoli e comprende celebri esponenti di primo piano, da Immanuel Kant a Jeremy Bentham, a Victor Hugo, a Charles Lemonnier, fino ad Altiero Spinelli, tutti accomunati dal proposito di garantire la pace in Europa attraverso l’unificazione politica.
Inoltre, occorre ricordare che l’illustre quacchero è capostipite anche di un’altra, non meno esemplare tradizione: quella della resistenza non-violenta al potere costituito in nome dei diritti fondamentali della persona, che annovera nelle sue fila personaggi come Lev Tolstoj, Bertha von Suttner, il Mahatma Gandhi, Martin Luther King. E infatti, non a caso, quaccheri furono non pochi degli at-tivisti che si batterono pacificamente per l’abolizione prima della schiavitù e poi della segregazione razziale negli Stati Uniti.
Oltreoceano Penn è considerato uno dei numi tutelari della nazione americana. Thomas Jefferson, con una qualche esagerazione, ma certamente manifestando tutta la sua ammirazione, lo definì “il più grande legislatore che il mondo abbia mai prodotto”. Un altro presidente, Ronald Reagan, con-ferì la cittadinanza onoraria postuma a lui e sua moglie Hannah, la quale attese agli affari del marito durante la malattia che ne afflisse l’ultimo scorcio di vita e per alcuni anni dopo la sua morte.
Si tratta di un riconoscimento riservato a pochissimi, finora soltanto otto personalità, tra cui Winston Churchill, il Marchese di Lafayette e Madre Teresa di Calcutta. E anche qui non è un caso se proprio a Philadelphia, divenuta in età coloniale il principale centro culturale di lingua inglese in America, fu proclamata nel 1776 quella Dichiarazione d’Indipendenza di cui lo stesso Jefferson fu estensore; e se alcuni anni dopo, nel 1787, sempre nella capitale della Pennsylvania, si tenne l’omonima Convenzione da cui scaturì la Costituzione degli Stati Uniti.
Come si è visto, quella di Penn è una figura che appartiene altrettanto legittimamente alla storia europea e, più un generale, al mondo atlantico complessivamente inteso, con vari rivoli dipanatisi nel tempo. Uno di questi conduce addirittura a un paesino calabrese che conta appena cinquemila abitanti. In provincia di Vibo Valentia esiste la piccola Filadelfia italiana, fondata nel 1783 dal vescovo Giovanni Andrea Serrao, fratello massone di Gaetano Filangieri e del suo ‘amico americano’ Benjamin Franklin, che ricostruì un precedente centro distrutto dal terremoto con quel che si può definire un colpo di genio: utilizzò infatti l’originaria pianta disegnata un secolo prima da Penn per fonda-re la capitale della sua Pennsylvania, riproducendone finanche la toponomastica. Ancora oggi, a Filadelfia calabra c’è l’unica via in Italia intitolata a Penn. Il vescovo Serrao finì decapitato durante la repressione della Repubblica napoletana nel 1799.